e una selezione di
opere dal 1985 al 2004

a cura di Giuseppe Appella
in collaborazione con il Museo Arte Sacra - Longiano (FC)
Ex chiesa Madonna di Loreto
Castello Malatestiano di Longiano (FC)
10 dicembre 2008 - 15 gennaio 2009
Orari: dal martedì alla domenica 10 - 12 / 15 - 19
Mercoledì 10 dicembre 2008 ore 20.30 inaugurazione della mostra
Ultimo appuntamento per il 2008 alla Fondazione Balestra di Longiano. Mercoledì
10 dicembre inaugura nella ex chiesa Madonna di Loreto la mostra dedicata a
Giacinto Cerone, lo scultore, già allievo di Fazzini nell’Accademia di Belle
Arti di Roma, scomparso nel 2004. L'iniziativa si avvale del contributo dei soci
onorari sostenitori della fondazione (Ceisa Costruzioni, Gruppo IVAS, La
Gommaria, Isoltema, Ren,Technogym).
Curata da Giuseppe Appella, l'esposizione accoglie il Presepe drammatico
costituito da 25 personaggi in legno e gesso creati nel 1996, una serie di
sculture e disegni datati 1985-2004 e una selezione di immagini e documenti
utili per mettere in luce il talento dell’artista lucano. Accompagnano la
mostra due volumi di Giuseppe Appella, uno pubblicato dall’Editore De Luca nella
collana “Documenti” e l’altro dedicato al Presepe drammatico e pubblicato dalle
Edizioni della Cometa.
Negli ultimi anni della sua vita, Giacinto Cerone, coltivava con maggiore
frequenza il metodo dell’interiorità, del ripiegamento intimo. Aveva fissato un
rapporto intenso e fecondo con la poesia nel momento preciso in cui considerava
raggiunta quell’unità di libertà e di necessità indispensabile al nucleo
fondante dell’esperienza artistica e alla capacità di averla sottratta al guscio
accademico, a una sorta di sotterranea religiosità del fare che da una parte
traeva vitalità dall’idea della “statua” e dall’altra si perdeva nel furore di
riconoscersi nel suo destino di scultore quotidianamente assiso sulla propria
voragine. L’opera radicata nella vita, dunque, che non diventa mai passato, che
si evolve, accompagna e prolunga la quotidianità, ristabilisce i collegamenti
dopo le inevitabili cadute, assicura fluidità e segno di appartenenza alle più
piccole norme di esistenza chiarendo quanto lo spirito dello scultore
contemporaneo confermi e non neghi il principio d’identità. Cerone, nonostante
abbia cercato nei residui esterni al proprio agire le conferme a quanto andava
facendo, ha vissuto questa esperienza come procedimento per accettare
l’essenziale persistenza della forma nell’ardore espressivo che lo consumava.
Una straordinaria attitudine a cogliere le occasioni lo metteva in rapporto
diretto con i legni di Pericle Fazzini e di Arturo Martini prima, con le
terrecotte, i cementi e le ceramiche policrome di Lucio Fontana poi, per farne i
propulsori, se non i suscitatori, del culto per l’antica Ellade e di un
interesse per i ritmi dialettici del barocco da cui far scaturire un messaggio
nuovo che fosse, al tempo stesso, una diretta manifestazione del suo essere
artista. In questo senso, la scultura diventa la coscienza della sua ricerca di
poesia, di voler rimanere integro e totale nelle folgorazioni ricevute
maneggiando terra e legno, gesso e plastica, vetroresina, alluminio e ghisa,
ceramica e marmo, bende e stracci, i materiali in cui, nei due decenni di
lavoro, convergevano, di volta in volta, tutte le sue energie, l’abilità di
assorbire e superare quanto intorno a lui si muoveva e andava sistemandosi nella
sostanza di emblemi araldici, di miti documentabili e flagranti.
Alcuni disegni dei primi anni, evidenziano le caratteristiche dei suoi interessi
e del modo di guardare Fazzini degli studi per la Danza, La
Tempesta e il Ritratto del poeta Ungaretti (1933-1936) per
arrivare a capire Brancusi o a leggere Boccioni in cui scova l’esigenza, nello
stesso tempo meditata e come nata all’istante, di realizzare forme nello spazio
mediante la compenetrazione dei piani, in modo che esse assumano la libertà di
oggetti in movimento, senza rimanenti sensibilità di superfici impressioniste.
Subito dopo, la natura di mediazione presente nei problemi espressivi di quegli
anni, tesi a sciogliere nodi e articolazioni al limite del puntiglio, sposta
considerevolmente la soglia di proposizione per una tendenza ad arricchirsi non
con la ragione (La ragione non crea, diceva Fontana) ma con la totalità
delle sue facoltà sviluppate attraverso la somma di conoscenze acquisiste. Ecco,
allora, l’impetuosità di Fazzini, l’analisi di Boccioni e la sintesi di Fontana,
la meditazione di Licini e la spontaneità di Leoncillo, la costruzione di
Melotti e la sensazione di Novelli assunti come valori che debbono concorrere
all’articolazione logica di quell’unità funzionale che è la scultura.
Il presupposto, se torniamo a ripensare le tappe più evidenti del suo percorso,
negli anni in cui isola la sua fantasia in modi autonomi e anche indipendenti da
puntelli internazionali di linguaggio quali Kounellis e Penone, Marisa Merz e
Pistoletto che, tra il 1980 e il 1984, ripercorrendo le scoperte dell’uomo,
progettano il ritrovamento dell’integrità di una immagine della nostra cultura,
il presupposto è la definizione di un canone di purezza che nello stesso uso del
gesso, quasi sempre bianco, nutre e prepara l’elemento metafisico, di magia,
senza rifiutarsi allo schema neoclassico, alla trascrizione del frammento, al
calco, all’archetipo, al dio di legno caro a Pascali, che vince la paura con
l’opposto della logica e della coscienza. L’albero di sette metri o il grande
gesto vegetale di Penone, la natività di Pistoletto, diventano in Cerone un
piccolo bastone che segna un muro diroccato o un presepe drammatico che cancella
gli schemi logici e gli appigli scenici, un paesaggio sott’acqua o una scala
santa, il grande carciofo di Tor Bella Monaca o un gruppo di calici piangenti,
Ortensia solenne e solitaria, senza dimenticare la Maàra che nel
dialetto del suo paese lucano, Melfi, indica la parte interna del focolare, non
dissimile dalla nicchia delle chiese romaniche, dove la legna si fa cenere, dopo
essere stata carbone ardente, e si raccolgono lampi d’occhi, pensieri, i gesti
della vita e della morte.
Informazioni per il pubblico:
Fondazione Tito Balestra
Tel. 0547 665850
info@fondazionetitobalestra.org